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Dove non arriva la rampa, spunta una mano

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19 giu 2015

Dopo aver letto l’articolo sul IlFattoQuotidiano.it su Ilaria Vitali e Francesco Battilani che nel 2011 hanno deciso di lasciare la vita stabile e viaggiare per essere felici , ho deciso di scrivergli e di chiederli se avevano voglia di raccontarmi dei loro viaggi privilegiando l’aspetto dell’accessibilità e barriere architettoniche. Spero che questa collaborazione continui e nasca qualcosa di bello e di speciale.

Ringrazio Ilaria e Francesco per la disponibilità dimostratami .

Riporto di seguito l’articolo che Ilaria Vitali mi ha inviato:

 

 

Ci pensavo ogni volta che le indossavo, quelle scarpe.

Ora mi slogo una caviglia, oppure mi spezzo uno di quegli ossicini del piede dai nomi impossibili, anzi no, ruzzolo in mezzo alla gente con tanto di risata collettiva.

Succedeva ogni volta tranne una, quella in cui davvero mi presi una storta memorabile.

Ero a Singapore, stavo uscendo per andare a cena, tra quei grattacieli poderosi che si innalzano sfidando il cielo e i verdi parchi gravidi di umidità, avevo indossato le scarpe trappola, molto belle ma molto pericolose.

Non ricordo bene come successe ma ad un certo punto del breve tragitto misi un piede in fallo e per non cadere a terra sforzai il polpaccio in un movimento brusco e innaturale.

Subito non sentii che un dolore pungente e un formicolio, che mi permisero comunque di godermi uno dei sushi più buoni mai mangiati nella vita.

Fu il giorno dopo, quando cercai di alzarmi dal letto per raggiungere il bagno, che mi mancò il fiato e credetti di essermi giocata il crociato o l’intero muscolo o non so cosa.

Appoggiare il piede divenne la cosa più difficile che potessi fare e non ci fu fascia elastica o gel antidolorifico che reggessero.

Era un dolore profondo, che veniva dall’interno, apparentemente senza manifestazioni di lividi o ematomi, ma più di tutto era un dolore paralizzante.

Ogni minuto che passava mi svelava nuove difficoltà che mi riempivano di rabbia e di impotenza: scendere dal letto, uscire di casa, prendere la metropolitana, fare la spesa, buttare la spazzatura, fare le pulizie, farsi una doccia.

Mi sono resa conto, partendo da un fatto banale, cosa potesse significare una piccola disabilità motoria nella vita di tutti i giorni.

Singapore è una città all’avanguardia, oltre alla pulizia e alla sicurezza fortunatamente offre accorgimenti basilari per coloro che devono muoversi con stampelle o carrozzina.

Non esiste luogo che abbia solo le scale, ovunque è presente una rampa o un nastro mobile o un ascensore; gli accessi alla metropolitana, ai centri commerciali, ai cinema, sono assolutamente fruibili da tutti.

Credo sia normale, non ci si pensa fino a quando non si affronta il problema e il problema generalmente è spiazzante, proprio perché non si è abituati.

Ho zoppicato maldestramente per molte settimane, aggrappandomi a corrimano provvidenziali, sfruttando rampe per evitare gradini, arrancando senza mai fermarmi.

Insomma, se devo essere sincera, Singapore ha abbattuto, dove è stato possibile, le sue barriere architettoniche così che chiunque possa veramente muoversi senza grosse difficoltà.

E parlo non solo di coloro con disabilità motorie, mi riferisco anche a coppie con bambini piccoli in passeggini o carrozzine.

Quartieri affollati come Little India e Chinatown presentano ancora alcune lacune, per altro comprensibili: i marciapiedi stretti occupati dalle bancarelle e le scalinate di certi mercati coperti non agevolano il passaggio nemmeno a piedi, ma sono casi eccezionali.

Questo è ciò che avviene in una megalopoli moderna, cosa succede in altri paesi orientali?

La vicina Kuala Lumpur non regge altrettanto bene il confronto e anche se l’accesso ai centri commerciali e alle attrazioni più moderne come le Petronas Tower sia di livello, la mancanza di marciapiedi e la presenza di passaggi-strettoie la rendono piuttosto difficoltosa da visitare in caso di disabilità.

Ma è una città in veloce crescita e tra pochi anni, ci possiamo scommettere, avrà raggiunto un ottimo livello.

Un discorso a parte va fatto per altre zone dell’Oriente dove le barriere architettoniche sono presenti in maniera capillare.

Mi riferisco per esempio allo Sri Lanka, alla Thailandia, al Vietnam, all’India dove la bellezza di certe zone e di certi villaggi risiede spesso nella particolare conformazione del territorio dove sorgono.

Ma, e questo è tipico dell’Oriente che amo, dove non arriva la rampa, spunta una mano.

Spesso anche più di una.

Terre povere ma sorridenti come ad esempio lo Sri Lanka regalano inaspettate situazioni di generosità e disponibilità, seguendo un bizzarro quanto vero paradigma secondo il quale dove meno ce n’è, più si riceve.

Stiamo parlando di una terra che sta faticosamente ricostruendo dopo una lunga e sanguinosa guerra civile e dopo un terribile e violento tsunami, fatta di zone talmente immerse nella natura che è la natura a farla da padrona e di strade, quando esistono, spesso non asfaltate e percorse da mezzi pubblici scalcinati e affollati.

In tutto questo, nessuno vi lascerà in difficoltà.

Che siate in Thailandia o in India, forse non troverete ascensori, probabilmente l’accesso a molti templi vi apparirà impossibile e l’idea in generale di potersi muovere autonomamente vi risulterà improbabile, ma non temete, viaggiare in Oriente è anche questo, trovarsi catapultati in una realtà lontana e spesso arretrata e proprio in quella realtà ritrovare una mano che vale più di cento rampe.

di Ilaria Vitali

Visita il sito di Ilaria Vitali www.ilariavitali.it

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